Elena Mearini - Per silenzio e voce

 

La parola poetica della Mearini pare scolpita sul foglio come per testimoniare una mancanza temporale attraverso la propria fisica presenza, quasi fosse, l’autrice, uno scultore che lavora non solo il marmo, bensì l’incavo già solcato precedentemente. È una scrittura eversiva dunque, ma sempre precisa e presente a se stessa: una poesia di dettagli, che non offre quelle sbavature tipiche della ridondanza lirica, pare anzi marchiarsi di un linguaggio piuttosto secco, finanche duro nel suo dire lapidario, quasi asciugato della sua mole pensosa, ma non per questo privo di costanti oscillazioni metaforiche che, trasversalmente ad una sempre lieve modulazione musicale, permeano questo volume poetico e lo fanno intrinseca effemeride connotata di stupore e di fermezza, roccaforte amalgamata di un “io” sempre in confronto con “l’altro” in una struttura volutamente fugace del discorso in versi. È una scrittura questa, infatti, sicuramente intrisa di “volontà”, da non intendere però come solo scopo unilaterale del conscio contro la propria inquietudine, ma anche volontà vista come vera sfida aleatoria, come facoltà inconscia di un celato “nostos” che, attraversando le piccole cose quotidiane, cerca di rientrare da ogni principio regolatore al proprio primordiale ordine di distanze. Dunque una poesia delle piccole cose che cerca e allega in sé un nodo perpetuo con la verità latente e sempre bramata dal poeta, che quasi si arrende però, all’irrimediabilità del concreto che dipana ogni volontà verso le proprie leggi d’abbandono.  (“Se ne vanno /gli occhi. /Credo solo alla mano/ che resta e mi guarda,/senza chiudersi). Questa poesia parla soprattutto un linguaggio di carne e di terra, si ciba degli oggetti comuni, lasciandosi assaporare attraverso gli odori, esprimendosi col linguaggio dei colori, quasi come uscendo da un’immagine tipicamente casalinga, conviviale, domestica da un lato, mentre dall’altro inanellando una sequela infinita di animali e di flore terrestri, quasi a voler spingere, attraverso l’intimità delle proprie quattro mura, l’universo tutto a saturarsi nell’irrimediabilità dello sguardo, che si fa primissimo piano di ogni singola tensione emotiva, pur conservando una sua matrice arrendevole (ancora l’abbandono) verso la simbiosi esistenziale. (Si muovono a nastri e fiocchi /le rondini. /Festeggiano l’aria/ e consolano il vuoto /con doni invisibili all’uomo.) Dunque una poesia che si lega, oltre alle modalità scultorie, anche a certe peculiarità pittoriche e fotografiche, incentrando i brevi lacerti poetici tra sorte di scorci compressi di metafore e sequenze mnemoniche tese verso la riflessione e il discernimento. (Antonio Bux)

 

Elena Mearini è nata nel 1978 e vive a Milano. Lavora per diversi anni per una compagnia che si occupa di teatro ragazzi. Conosce poi la realtà del disagio occupandosi di laboratori in carceri e comunità. Nel 2009 esce il suo primo romanzo "360 gradi di rabbia", edito da Excelsior 1881, nel 2011 pubblica per Perdisa pop il romanzo "Undicesimo comandamento". Dal 2010 collabora col settimanale "Vita no profit", raccontando in chiave letteraria fatti di cronaca. Collabora con la rivista letteraria "Atti impuri" e con la casa editrice NoReplay. Cura la raccolta di racconti "Latte, chiodo e arcobaleno" per NoReplay Editore, firmando un racconto. Partecipa come autrice alla raccolta di racconti "Vacanze milane", a cura di Luca Doninelli. Nel 2013 pubblica la silloge “Dilemma di una bottiglia" per Forme libere Edizioni.

Premi e riconoscimenti:

360 gradi di rabbia - Premio Gaia Mancini. Undicesimo comandamento: Premio Gaia Mancini, Premio Unicam - Università di Camerino. Finalista al Premio Maria Teresa di Lascia. Vincitore Premio Perelà 2013

ISBN 978-88-98243-12-9 € 10,00

 

 

 

 

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